Molti degli appassionati della mia generazione, al principio della loro carriera, sono stati folgorati dalla conoscenza della Champagne e del suo vino. Mi sento privilegiato di aver fatto tale scoperta grazie alle lezioni di Luciano Salvini, rappresentante di vini. Luciano aveva un carisma tale che pareva non avesse bisogno di vendere: i clienti compravano e si educavano attraverso i racconti dei suoi viaggi. Fu lui il primo a offrirmi una lettura e un’interpretazione del vino al di là del liquido e della sua valutazione organolettica. La sua cultura, lungi dall’essere meramente enciclopedica, rendeva la trattazione della Champagne un’avventura, illustrando meglio di chiunque altro la superiorità del luogo. Eppure, nei suoi discorsi già si coglieva il timore che il patrimonio di suoli, e la varietà che da sempre avevano saputo esprimere, fossero messi in pericolo dal comportamento dei nuovi padroni del territorio. E’ dei primi anni ottanta, infatti, il passaggio delle maison più grandi e celebri dal controllo delle famiglie a quello di alcune multinazionali. Salvini paventava ciò che sarebbe accaduto: la fine della Champagne a dimensione umana. Non era così ingenuo da non sapere che la zona di Reims rappresentava un vero e proprio laboratorio dell’industria enologica, chimica e biotecnologica; paragonava il terroir della Marna alla formula uno che precorre in sperimentazione e innovazione l’industria dell’automobile e, non a caso, faceva l’esempio dei lieviti “riprodotti e allenati” per condurre al meglio la rifermentazione in bottiglia. Ma, forse, contava sul fatto che le antiche regole sul trattamento dei suoli e dei vigneti, i limiti restrittivi alla produzione vigenti a quel tempo, il rigore con cui avviene la selezione della pressatura soffice, avrebbero arginato l’irresistibile desiderio di trasformare lo Champagne in un business gigantesco.
Eccolo il sacrificio del Terroir: usare il luogo per generare un affare, senza curarsi degli equilibri ambientali, territoriali e culturali; fingendo di non vedere la progressiva perdita di varietà e di identità. Un segnale tra i tanti: un tempo i vini millesimati uscivano solo quando la vendemmia era davvero eccellente, da diversi lustri queste selezioni speciali escono ogni anno, sostituendo gli Champagne “base” per elargire un minimo di qualità. Tale strategia, priva di etica e di lungimiranza, ha emarginato concetti come “luogo” e “custodia”.
Ci sarebbe la forza dei 15mila proprietari di vigneti, i celeberrimi récoltant, ma il reddito incredibile su cui hanno contato in questi anni non li ha spronati a stare in prima linea contro il disegno produttivo imperante. La speranza è riposta su pochi esempi virtuosi ai quali preme sia la condizione del proprio luogo di lavoro, sia la possibilità che il terroir continui a donare l’impronta che lo contraddistingue. Salvini sosteneva che la differenza tra lo Champagne di una maison, ottenuto dalla virtuosa congiunzione delle tre zone, e quello di un récoltant, generato da un singolo vigneto, è paragonabile alla prova di un’orchestra sinfonica rispetto alla performance di un solista. Se la seconda parte dell’assunto ha rafforzato la sua credibilità, la prima si è sbiadita al punto da rappresentare musica da sala d’aspetto.
Sandro Sangiorgi
L’evento si è svolto all’interno della villa durante la manifestazione " Villa Favorita 2009", nella giornata di lunedì 012 aprile alle ore 15.00.
I vini degustati sono di due récoltant:
Il costo di partecipazione è di 60,00 euro a persona, la quota comprende la degustazione e l’accesso alla manifestazione. L’intero incasso è stato devoluto in beneficenza a sostegno di una comunità Onlus in Costa D’Avorio.